martedì 25 luglio 2017

Queen of the desert




Vedo solo ora "Queen of the Desert" di Werner Herzog e scopro, ancora una volta, un film bellissimo. Gertrude Bell è l'ennesima esploratrice, l'ennesima sognatrice del cinema herzoghiano. Supera i confini, contraffà i documenti, niente e nessuno la può fermare: Herzog si mette in un'altra posizione, guarda il cinema classico - quello delle grandi avventure nel deserto - per portarlo a massima saturazione. Dilata i tempi, asciuga l'azione, fa che la narrazione imploda, realizza un film sull'identificazione impossibile tra il corpo attoriale di Nicole Kidman e le dune del deserto: il volto della diva diviene un paesaggio interiore, anche se c'è sempre qualcosa del deserto che sfugge, che manca, qualcosa che è impossibile contenere nel campo visivo. Guarda a Lawrence d'Arabia come si guarderebbe un miraggio, il fantasma di un cinema che scorre altrove, alla stregua di un braccio che, da un altro tempo, tocca le spalle della nuova Gertrude Bell. Infine Herzog trova in lei un ulteriore esempio dei suoi personaggi configurati, strutturati dal limite: una figura finalmente al femminile, caparbia, tenace, umana. E quando svela, senza paura, le sue tinte melò, il film si trasforma in una grande favola nel deserto, nell'ennesima parabola sul potere dei sogni e sulle proprie cadute: il racconto di una regina attratta dal confine che però non riesce mai a ricompattare, pezzo dopo pezzo, il proprio cuore infranto.

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